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martedì 21 aprile 2020

ULTIMA NOTTE


ULTIMA NOTTE

Eccomi di nuovo all’ombra dei miei pensieri senza luce.
Medito di interrompere tutto il circuito con l’accetta.
L’attenzione è calata e la nicchia segreta è ben nascosta perciò non la troveranno se non per errore. Per me invece l’errore è esserci. Essere qui e ora.
Dopo il pestaggio di ieri notte il respiro si è fatto pesante, lo stomaco in subbuglio e le costole dolgono. Forse non sono rotte ma soltanto incrinate.
Ecco perché rimugino piani di fuga. Anche se non c’è modo di liberarsi della sensazione originale di essere troppo sporco nell’anima per uscire di qui lasciandomi alle spalle offese e illusioni non sarò più di troppo. Soggiace tuttavia una mezza verità nel sottofondo che nasconde la via di fuga. Il problema non è la prigione ma ciò che accadrà dopo. Non chiedo nulla e nulla otterrò. Mi dimenticheranno? Non finirà bene se mi sbaglio ma per una volta correrò il rischio.
Fuga. Domani.

💀💀💀

E.M.C.

 - FINE DELLA PRIMA PARTE -


sabato 21 marzo 2020

TRACCE


TRACCE

Dall’archivio nascosto: poche tracce, appena qualche cenno. La maestrina non ne ha lasciate.
Ma l’altro articolo ritagliato da un giornale ingiallito, conservato piegato in quattro nella cartella del dossier chi può averlo cercato? "Thomas Pynchon è stato fotografato."
V.
Il Laboratorio.
Antichi pensieri si concatenano in anelli così tenui, in legami tanto flebili che trovare un filo conduttore è quasi impossibile. Perché l’archivio? Chi se ne serve?
Quante anomale e all’apparenza inutili coincidenze si stanno accavallando qua sotto, settimana dopo settimana. Qualcuno ha scambiato il nostro piccolo ambiente chiuso per un dipinto di Salvador Dalì, forse ci sta addirittura ancora lavorando. Penso che non otterrò dei buoni risultati da questi vecchi casellari di lamiera dai cassetti scorrevoli. Non c’è abbastanza tempo.
Eppure… tutti quei brutti scheletri nell’armadio si apprestano alla danza macabra del millennio.
Chissà quanto manca.

giovedì 26 dicembre 2019

1351 - B


B

“Intimità”.
Una parola tremenda.
La peggior realtà da provare in questo momento se travestita da racconto.
Mi chiedo come sia possibile ritrovare in un semplice brano così tanti rimandi a fatti coincidenti.
Dovremmo lasciar perdere le bizzarrie? Procurano troppe scosse.
No.
Continuiamo così. L’appiattimento progressivo della società ha dell’incredibile.

mercoledì 4 settembre 2019

QUANDO MANCA LA CORRENTE

 Oggi nessun post letterario, non ho messo in ordine i frammenti da pubblicare anche se sta per scadere la registrazione del dominio che sarà comunque rinnovata in automatico. Non mi rivolgerò spesso in modo così diretto a chi legge (ma c'è qualcuno là fuori?) quindi la prova non è che una riconferma della mia volontà di proseguire sulla strada della creatività attraverso l'alfabeto comprensivo di punteggiatura, idee e poco altro.
 Il fatto che Alan Moore abbia deciso di fare la stessa cosa da una parte mi conforta; certo, scrivere in lingua inglese è avere gioco facile rispetto all'uso della nostra, della mia lingua ITALIANA. Ma è troppo bella per abbandonarla così su due piedi.
Immaginare di tradurre scritti non troppo faticosamente accumulati in più di venticinque anni di velleità come un novello Novalis non sarebbe nemmeno troppo difficile ma basta una piccola prova per capire subito che non funzionerebbe. Perchè? Spiego.

Il mio metodo personale consiste nel riscrivere su PC le pagine vergate a mano su vecchi quaderni usati a metà per mezzo di carta e penna, con qualche rara aggiunta di foglietti volanti atti a catturare al volo il guizzo del momento. Ebbene, su questi ultimi appunto anche parole, motti, frasi smozzicate in INGLESE, quando suonano bene. Il percorso inverso invece è quantomeno infelice quanto a risultati. Per esempio:

ORAL SEX 
RAZOR VAGINA
BLOODY TONGUE WORKERS

Sono titoli di canzoni dark rock? No. Intuizioni, sprazzi di suoni rapidi come schegge. Tradurle toglie senso e veemenza e accresce il tedio di chi legge nonostante la scabrosità intrinseca delle parole indagate.
Tutto chiaro? No? Non fa niente.  

martedì 2 luglio 2019

4 - 4 Subterranea


Subterranea

Sono ancora qui.
Inavvicinabile ma presente, tengo fede al mio impegno di ignorare i consigli di chi è sempre pronto a elargirne. Il mondo là fuori sarà lo stesso teatro dell’Assurdo di come l’avevo lasciato?
Qui sotto la verità è merce rara.
Lontani nel tempo E nello spazio abbiamo una fortuna insperata: i vecchi, controversi rapporti non corrono alcun rischio di rovinarsi finché rimarremo confinato entro queste grotte.
Il passato che era scritto è stato cancellato, i confidenti abbandonati nell’ufficialità di una delega firmata dal Direttore. E’ sua facoltà stabilire chi può avere contatti con l’eterno e chi no ma sono in pochi ad approfittare della possibilità loro concessa.
Rarefazione e e rinuncia. L’occupante della cella vicino alla mia ripete instancabile: “posso decidere chi ascoltare e chi no, precludermi ogni emancipazione, allontanarmi quanto voglio. Posso scegliere di rimanere solo. Posso fare tutto! Sono libero.”
E io? Stufo dei consigli elargitimi, fuggo il cappio della giustizia sommaria, invadente, cieca e spietata che vige oltre i cancelli. Ma di qui in poi cominciano i dubbi. Una volta cancellato il passato quale incerto futuro attende coloro che scelgono di varcarli? Nessuno è mai tornato indietro. Nessuno.
Io qui sono soddisfatto, ma non vale per tutti. C’è quello là in fondo, nella cella buia, che vive di nausea, prova l’angoscia, oscilla tra la noia e il dolore, cerca sollievo dalla disperazione immanente. Ripete che il suo destino è già scritto. Ma si sbaglia.
Che dire degli altri? L’artista senza tela ha grattato le pareti del suo spazio con un chiodo arrugginito per tracciare  l’abbozzo della sua versione del Giudizio. Nessuno l’ha mai visto ma costui sostiene di aver completato il suo capolavoro più autentico.
Laggiù, in cima alla scalinata, passeggia il filosofo. Avanti e indietro, senza posa. Lo aiuta a pensare, dice. Ci spiega cosa pensa, a tutti noi. Qualche volta mi fermo ad ascoltarlo, cercando di imparare. Ecco la sua lezione preferita: “Non sono niente. Noi non siamo niente. Voi non siete niente. Penso dunque esisto ma non per questo sono. Non pregate. Non serve. Non riflettete. Non amate. La vita qui nella Caverna proietta l’ombra delle idee, ma non possiamo vederle. Qui muore l’identità umana mentre la vita va avanti nella linea del Tempo FUORI dalla Caverna. L’Eterno e il finito sono in contatto e noi facciamo da tramite. Vedete? Nulla si trasforma, ma perde d’identità. Rammentatelo.”
Come dargli torto? Qui sotto non c’è più nulla da chiarire. Le luci si affievoliscono, le ombre svaniscono, i nomi vengono in fretta dimenticati, le identità scompaiono. Chi siamo? Chi eravamo? Nessuno lo sa.   

martedì 19 febbraio 2019

A Rovescio


Umanesimo a rovescio:

“ci sono solo io”

Ho appena terminato di leggere le vecchie lettere, molto belle, che mi ha spedito A.C. a partire da un anno fa. Pensavo di ritrovare qualcosa che avevo dimenticato ed è andata proprio così.
Forse ho fatto bene ma se non avessi osato sarebbe stato meglio,
infatti mi rendo conto che tutti i progressi degli ultimi sei mesi sono già andati perduti; sono bastati quindici giorni di solitudine autoimposti dopo la morte di Barbara. La parte peggiore è che SO di sbagliare ma mi sono arreso comunque.
Trascuro gli hobbies. Mi rimangono i libri di letteratura e dintorni.
Trascuro gli amici.
Sto demolendo man mano le relazioni extrafamiliari. E’ vero anche che dopo il servizio militare sarebbe stato difficile riprendere le fila dei vecchi rapporti, fattisi sempre più labili.
Perciò esco poco, non parlo con le ragazze per molti giorni di fila. Snobbo gli inviti; saluto da lontano; mi fermo appena a scambiare due chiacchiere per poi fuggire via alla svelta. Sempre meno persone mi cercano e perlopiù non mi faccio trovare.
Cancellare una vita è molto più facile che ricostruirla. Spero anche di poter trovare un lavoro solitario di modo da essere a contatto con il minor numero possibile di persone.
In famiglia non c’è molto di cui parlare ma purtroppo bisogna ancora sottostare a una strana legge di equilibri interni. E’ noioso. Allora me ne rimango a letto a dormire.
Questo avevo dimenticato, ma A.C. me lo ha fatto ricordare: come fare per mettermi da parte.
Quanto tempo passerà prima che fugga anche i rapporti epistolari e così anche lei, tradendo la nostra amicizia?
Ieri ho gettato nell’immondizia ammennicoli e ricordini dei miei primi tredici (13!) anni di vita. Nel compiere quell’operazione mi è parso di provare un piacere perverso mescolato al disgusto per il mio passato.
Sto rifiutando me stesso, un pezzo per volta.
Non ci sono basi per il futuro ed è stupido demolire così il passato. In questo modo infatti mi renderò più vuoto, tediato, brutto e cattivo che mai; più di quanto sia mai stato.
E mi domando ancora: perché?
Ma la causa e dunque la colpa ricadrà su di me solo.
L’unico a rimetterci e a pagarne il prezzo sarò io.
Ho deciso e attuato da me medesimo la Fine. Nessun altro verrà coinvolto.
A.C. Mi ha scritto più volte che a lei IMPORTA di tutto ciò. Che significa? Si tratta forse di vera amicizia? O non vuol dire altro che due anime simili nel vuoto della vita si sentono meno sole? Io però mi ripeto che il mio peggio ancora deve giungere…

👤 PS: questa sera provo paura. Il timore tangibile di infilarmi sotto le 
                  lenzuola solo con i miei pensieri 

giovedì 15 novembre 2018

3 - 3 La Somministrazione


-_-  Non va  -_-

Non va non va non va.
La dottoressa nera chiede una riflessione inedita: quali rischi ha comportato l’assunzione dei farmaci proibiti? Provare ad assumerne ancora è un azzardo calcolato.
Medicine per l’identità: inizi a correre coi pensieri intorno alle idee, così veloce che tutto vortica sempre più forte fino al cerchio indistinto che è bianco come una tabula rasa. Però soltanto oggi ha ammesso che non era stato portato a termine il Primo Programma.
Quindi saremmo cavie per il Secondo? Ci ritroviamo a disegnare simmetrie immaginarie con gli oggetti appuntiti che le Guardie hanno smesso di sottrarci. Chiodi spuntati non tracciano che linee spezzettate sui muri delle celle ma tanto basta per sprigionare la serie infinita di losanghe che percorrono la nostra dimensione, quel cubo di due per tre metri da cui si cerca sempre di scappare. La pausa per i pasti è l’unica occasione di convivio ma non parla nessuno, persi come siamo nei viaggi della mente così ben fertilizzata. Ci controllano e noi ci controlliamo a vicenda.
Contiamo le linee e i punti, ripercorriamo con le dita tutti i solchi. Alcuni arrivano alle serie numerate, che contano e ricontano e ricontrollano all’infinito.
Quattro barrette dritte, una a traverso.
Quattro lineette storte,una di sbieco. Poi la conta dei corpi. Poi le decorazioni.
Novello Raffaello senza pennello lascia una firma sola, la riga nera.

mercoledì 1 agosto 2018

2 - 4 Famiglie Provvisorie


Famiglie provvisorie.

“Chi non smette mai di pensare troppo finirà in isolamento”  è scritto sulla porta con le sbarre.
A parte i soliti problemi economici soltanto in parte accantonati, non ci sono state occasioni per valutare il nuovo corso intrapreso dalla Direzione Centrale.
Esiste davvero una catena di eventi?
L’ultima reclusione in fondo non è andata poi così male. O forse sì?
Il nervosismo generale è sfociato in litigi, tra occasionali capannelli di protesta per delle stupidaggini. Sabato sera poi, nessuno ha spiccicato parola in sala ricreazione. In cortile non va meglio. L’ora d’aria sembra infinita.
Ma pensiamoci su.

TESI: rapporti troppo umani generano aperture che preoccupano la Direzione. Presto o tardi saranno presi provvedimenti. Esagero? Assumere il solito tono di scuse remissive sottintese permette di sgusciare tra le maglie della Rete di Controllo, ma i risultati sono sempre più altalenanti.

ANTITESI: il gioco dello sguardo si fa in due. La ragazza nel cellulare teneva lo sguardo abbassato durante il viaggio di ritorno dalla Prigione N. Ogni volta che incrociavamo gli occhi desiderava sparire. Il misero aspetto che sfoggiavo quel giorno mi fece vergognare. Si può sporcare un’idea per mezzo della vista? Per questa ragione qui è sempre tutto buio?

COROLLARIO: la pretenziosità non suscita la degna considerazione che ci si attenderebbe. Disteso sul fondo sta chi è ignorato sempre. Teso fino allo spasimo chi invece si sforza di passare inosservato.

SINTESI (ovvero CONCLUSIONE): chi si agita crea dei guai.

Arroganza e ignavia spiccano come finte qualità tra i compagni di cella animati dal fervore della fame. Alcuni traggono soddisfazione dalle lettere che scrivono e presto spediranno, altri da quelle che ricevono. Certi le MANGIANO: masticano con pigra indolenza la carta appallottolata intrisa di inchiostro vero. Non sanno che è cellulosa?
 La ragazza trasferita alza lo sguardo solo per far vedere che ha tanta paura, forse ha voglia di piangere ma non lo fa. Ma per oggi basta così. Presto l’isolamento finirà. 

venerdì 20 luglio 2018

2 - 3 Materialismo


Materialismo

Tiriamo le somme.
Una riflessione forzata somiglia ai lavori forzati che ci impongono di tanto in tanto.
Cosa abbiamo ottenuto negli ultimi giorni se non fantasticare sulle relazioni con l’Esterno?
Non va bene.
Qui mi rendo conto appena di quanto sia facile vanificare mesi di sforzi e di tentativi per un lavoro che non porta alcun risultato.
 “Lavorate su voi stessi”.
 “Lavorate la terra”.
“Lavorate di più”.
Sempre lo stesso mantra ripetuto dalla Capo-squadra. Mi ronza nelle orecchie anche di notte, fino a che non giunge il sonno ristoratore. Quando giunge.
Dieci giorni. Soltanto dieci giorni senza eventi, senza fughe e procediamo avviliti con gli scavi.
Spiriti stanchi che trascinano attrezzi consumati, che si conoscono appena. L’umore è tetro.
Mentre è probabile che fino a sette, otto mesi fa mi sarebbero passati sopra, oggigiorno si fa a gara a chi più ignora. In un certo qual senso, potrebbe forse trattarsi di un lieve miglioramento rispetto al blocco precedente.
Temo però di aver perso un po’ di vista l’obiettivo iniziale. Forse nemmeno il Direttore sa davvero cosa cerchiamo. E’ già capitato di lasciare un progetto a metà mentre eravamo sul punto di ottenere dei risultati. Poi la galleria crollava.
Ma stavolta non dipende da noi, non direttamente. C’è confusione, distrazione… e quel ronzìo. Quello strano brusìo di sottofondo, lontanissimo ma sempre presente.  Pian piano cresce. Cambia.
Per me si tratta di pericolo incombente. Come facciamo a recuperare terreno? Gli altri sono scoraggiati, forse è una conseguenza dello stress accumulato qui sotto.
Continuiamo a scavare. Scaviamo. Non so se le cose si risolveranno ma continuo a scavare. Scavo.
Un’intera galleria densa di paura di fallire. Continuiamo a fallire. Falliamo.

martedì 15 maggio 2018

Lo Stato dell'Arte


NOTE SPARSE per una BREVE RIFLESSIONE sullo STATO dell’ARTE

Cuneo, 19 novembre 2008

Il Passato è passato. [cit. NN]

Ce l’ho fatta, anche se stento ancora a crederci!

Mi è tornato un pallido barlume di lucidità creativa, quindi ecco il  primo e spero non unico, modesto risultato. Ma incominciamo:
 Dopo il sopralluogo alla Biennale, ho finalmente messo a fuoco l’impressione. Confrontando l’esperienza recente alle visite estive nei musei di Colonia e in particolare a quello dedicato all’arte moderna, mi viene quasi spontaneo notare un terribile, implacabile livellamento delle idee che sono sempre più povere perché sempre più numerose.
Mi spiego meglio: da che l’arte è stata portata per gradi fino allo stato di oggetto misterioso privo di una precisa funzione se non di appagare chi lo contempla quale prodotto/non-prodotto, essa ha concluso ogni evoluzione.
Siamo perciò alfine giunti all’apice della parabola, ossia l’opposto del grado zero. Detto opposto in mancanza di un termine più adeguato è fin troppo assimilabile al “fondo del barile”.
Dico ciò dopo aver ponderato a lungo sulle impressioni ricevute dalla sola visione e sì, mi sono limitato al solo senso della vista nonostante l’aspetto cosiddetto (abusato?) materico di gran parte delle opere create invitasse al tatto.
Ed ecco dunque il vuoto.
Milleottocento opere da oltre sessanta paesi nel mondo: una galassia variegata di forme, contenuti, materiali, colori, persino suoni per una lunghissima sfilata sfilacciata di citazioni bizzarre colte dal passato E dal presente. L’omaggio/plagio reiterato a Lucio Fontana; serie di ritratti-fotografia come pupilli di un Andy Warhol assurto a nume tutelare. Mi fermo a questi due esempi di cui ho lucida memoria e nessun dubbio di attribuzione, ma di sicuro ve n’erano molti altri, intervallati e mescolati a composizioni di un impenetrabile ermetismo autoreferenziale.
Ebbene, la varietà è tanta e tale da ricondurre a un senso di unità, come una nota vibrante che l’avvolge: arte priva di mordente, congelata in un perenne stato di pacata rassegnazione di fronte all’ineluttabile morte dell’Arte vera. E’ come contemplare un deserto sabbioso concentrandosi dapprima sul granello, poi sulla duna che li raduna, infine sul mare di rena che si estende fin oltre l’orizzonte. Infiniti minuscoli frammenti incastrati a comporre una desolata distesa priva di vita. 
L’arte imita la natura anche nel caos, inteso quale monotona massa informe nella propria perpetua mutazione, infine tendente a una quiete gelida. Radiazione fredda.
Dov’è allora la chiave di lettura, il punto di perno dell’analisi?
Persa la committenza, priva di fruibilità popolare nell’accezione più volgare del termine l’Arte semplicemente NON è.
Una volta spogliata di tutte le funzioni che ne permisero un sempre proficuo riadattamento nel corso dei secoli fino al Novecento, ha cessato di vivere.
Non c’è efficace differenza tra i risultati raggiunti da correnti e avanguardie “diverse” fin dal primo atto di decontestualizzazione operato da Marcel Duchamp ormai più di un secolo fa.
Questo modo testardo di essere originali ma criptici ad ogni costo rende quasi tutte le mostre alla stregua di noiose sarabande colorate.
Di rimando, essa ha rilanciato l’economia artistica, per mezzo della rete di gallerie che impongono prezzi da capogiro per lotti di cui ancora nessuno sa nulla, se escludiamo i salotti e i circoli di appassionati. Molti investimenti sono a perdere, richiamano curiosità ma anche dei (nemmeno troppo azzardati) parallelismi con l’attuale situazione economica mondiale.
L’amalgama di elementi così diversi assomiglia a un enorme pentolone ribollente dal contenuto così infuso di sapori contrastanti da rendere insensibile ogni palato e in cui emergono a galleggiare isolate per pochi momenti rare perle di reale creatività, gemme che poi ricadono sul fondo bruciacchiato. 
Chi è d’accordo? Il dibattito è aperto.
Post Scriptum: La disposizione dei percorsi espositivi ordita da certi assessori e curatori in un certo senso va lodata, diversamente dalla politica dei prezzi al rialzo che andrebbe invece calmierata in qualche misura anche se questo andrebbe a discapito dei collezionisti. Ma esiste una terza via, non certo nuova: ripetere l’esperienza livellante operata dal Bauhaus Gruppe tra le due guerre mondiali.
 Del resto se su milleottocento opere esposte me ne è rimasta impressa nella mente soltanto una, che mi ricordo ancora bene, per me ciò significa che era la più importante della mostra. Ma se così non fosse stato anche per la maggior parte degli altri visitatori? L’edizione di Artissima 2002 mi suscitò un’impressione molto simile a questa. Quindi non può esserci vera evoluzione a prescindere dall’introduzione di nuove tecniche. L’unione interdisciplinare tra arti e scienze applicate ad oggi fornisce o quanto meno incanala verso i risultati più promettenti nella speranza di una rinascita. L’ennesima.