Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post

mercoledì 4 settembre 2019

QUANDO MANCA LA CORRENTE

 Oggi nessun post letterario, non ho messo in ordine i frammenti da pubblicare anche se sta per scadere la registrazione del dominio che sarà comunque rinnovata in automatico. Non mi rivolgerò spesso in modo così diretto a chi legge (ma c'è qualcuno là fuori?) quindi la prova non è che una riconferma della mia volontà di proseguire sulla strada della creatività attraverso l'alfabeto comprensivo di punteggiatura, idee e poco altro.
 Il fatto che Alan Moore abbia deciso di fare la stessa cosa da una parte mi conforta; certo, scrivere in lingua inglese è avere gioco facile rispetto all'uso della nostra, della mia lingua ITALIANA. Ma è troppo bella per abbandonarla così su due piedi.
Immaginare di tradurre scritti non troppo faticosamente accumulati in più di venticinque anni di velleità come un novello Novalis non sarebbe nemmeno troppo difficile ma basta una piccola prova per capire subito che non funzionerebbe. Perchè? Spiego.

Il mio metodo personale consiste nel riscrivere su PC le pagine vergate a mano su vecchi quaderni usati a metà per mezzo di carta e penna, con qualche rara aggiunta di foglietti volanti atti a catturare al volo il guizzo del momento. Ebbene, su questi ultimi appunto anche parole, motti, frasi smozzicate in INGLESE, quando suonano bene. Il percorso inverso invece è quantomeno infelice quanto a risultati. Per esempio:

ORAL SEX 
RAZOR VAGINA
BLOODY TONGUE WORKERS

Sono titoli di canzoni dark rock? No. Intuizioni, sprazzi di suoni rapidi come schegge. Tradurle toglie senso e veemenza e accresce il tedio di chi legge nonostante la scabrosità intrinseca delle parole indagate.
Tutto chiaro? No? Non fa niente.  

venerdì 5 aprile 2019

V


V. - Primo preludio

Uno qui comprende come va il mondo.
Il grado, l’onore e la gloria non danno la felicità.
Non esistono i mezzi per ottenerla. Essa è fuggevole, eterea, indistinta.
Questo è un mondo triste, gretto, popolato di individui meschini, arroganti, disperati e stolti.
Cosa resta se non la fuga?
Stanotte i sogni sono tornati.
La luce blu della cella li aveva scacciati, ma sono ritornati più vividi che mai.
Eravamo persi nella periferia spoglia. Solo prati incolti e poche case isolate. In fondo alla strada sorgeva una villetta nuova, il cui bianco spiccava nel grigiore circostante. Colpi di martello provenivano dall’interno di questa casa ancora senza finestre, non finita.
Una voce squillante mi chiama per nome, mi chiede di entrare.
Lascio gli altri per seguire la voce.
Appartiene a una giovane donna di bell’aspetto, affabile e cordiale.
La casa ha un cortile interno in cui mi conduce. Mi parla mentre le cammino a fianco.
Poi mi tocca.
Mi ritraggo. Ha le mani caldissime.
Le spiego che non sopporto di venire toccato, che in prigione non è permesso.
Ride divertita. Conosce un’amica che non è stata in prigione ma ha la medesima fissazione, mi racconta. Allora le faccio provare il tocco della mia mano gelida. E’ incuriosita.
Usciamo dal retro della casa ancora senza porte, da cui serpeggia un viottolo verso il torrente lì accanto. Percepisco una presenza nuova, diversa. C’è un’altra donna al mio fianco, diversa. Non è né bella né brutta. Insignificante è il termine più adatto per descriverla. Quella di prima è scomparsa all’improvviso.
La nuova venuta recita una cantilena sottovoce, come una nenia ripetita all’infinito. Racconta di segreti, sussurra di poteri arcani nascosti tra le pieghe delle parole dette a bassa voce. Ne isolo una sola dal fiume di frasi smozzicate che compone la sua tetra filastrocca: illusione.
Poi, il buio.  E un nome: Valander.
Chi è?
Anima tormentata, triste, cupa, maniacale, persecutoria, suicida, malinconica.
Incarna quest’ultima, la malinconia. Il pugnale che porta sempre con sé simboleggia la negazione.
Subì antichi riti. La maledizione della Mezza Vita. I pazzi che l’hanno cercata e che l’hanno infine ottenuta ora e per sempre sono infelici.
Nuove metafore serviranno. Per un nuovo linguaggio, che incanali il bisogno.
Che forma dare all’assenza, se poi manca il vuoto da riempire?