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venerdì 4 ottobre 2019

0 - 0 . Piove. [Quinta Stagione, Vuoto]


79622/0, h 23.32

Qual è il segreto della pioggia?

Questa notte ho parlato.
 Non avrei dovuto cedere, lo so. Ma mi hanno mostrato le foto del Cimitero dei Senzanome condite di vaghe allusioni sul futuro incerto di coloro che, detenuti, si dovessero rivelare poco collaborativi. E’ una specie di gioco immaginario anche se sono ben consapevole che la possibilità di vincere la partita è andata perduta nel momento in cui ho messo piede qui dentro, un passo dietro l’altro di questa danza macabra dal ritmo incerto.
Le lesioni multiple, le macchie di sangue, il sesso coatto, il pallore sui volti di chi non vede un raggio di luce da troppo tempo, i conati di vomito accompagnati da convulsioni violente e il battito. Quel battito.
Sempre uguale sempre presente anche quando non incombe. E’ lì in attesa, cadenzato e implacabile. Quel rintocco notturno senza orologi a scandirne i tempi... finchè poi le porte si spalancano, irrompono i guardiani e ne trascinano fuori un altro. Fino al prossimo rintocco.
Ho parlato. Ho detto loro quel che so, che ho capito che c’entra l’acqua quando scorre nei tubi e si raccoglie nelle vasche. La pioggia scroscia e tamburella sui vetri, cola in rigagnoli  nel plesso dell’intera struttura attraverso canali di rame. Lo so. L’ho progettata. Quando sale il livello, la spinta muove il cardano che fa battere quel rintocco maledetto.  Non ricevono ordini da anni. E’ soltanto la pioggia che non smette di scendere, a decidere l’ora della condanna. Piove per un motivo segreto, nero che più nero non si può: è Scienza Nera.

mercoledì 4 settembre 2019

QUANDO MANCA LA CORRENTE

 Oggi nessun post letterario, non ho messo in ordine i frammenti da pubblicare anche se sta per scadere la registrazione del dominio che sarà comunque rinnovata in automatico. Non mi rivolgerò spesso in modo così diretto a chi legge (ma c'è qualcuno là fuori?) quindi la prova non è che una riconferma della mia volontà di proseguire sulla strada della creatività attraverso l'alfabeto comprensivo di punteggiatura, idee e poco altro.
 Il fatto che Alan Moore abbia deciso di fare la stessa cosa da una parte mi conforta; certo, scrivere in lingua inglese è avere gioco facile rispetto all'uso della nostra, della mia lingua ITALIANA. Ma è troppo bella per abbandonarla così su due piedi.
Immaginare di tradurre scritti non troppo faticosamente accumulati in più di venticinque anni di velleità come un novello Novalis non sarebbe nemmeno troppo difficile ma basta una piccola prova per capire subito che non funzionerebbe. Perchè? Spiego.

Il mio metodo personale consiste nel riscrivere su PC le pagine vergate a mano su vecchi quaderni usati a metà per mezzo di carta e penna, con qualche rara aggiunta di foglietti volanti atti a catturare al volo il guizzo del momento. Ebbene, su questi ultimi appunto anche parole, motti, frasi smozzicate in INGLESE, quando suonano bene. Il percorso inverso invece è quantomeno infelice quanto a risultati. Per esempio:

ORAL SEX 
RAZOR VAGINA
BLOODY TONGUE WORKERS

Sono titoli di canzoni dark rock? No. Intuizioni, sprazzi di suoni rapidi come schegge. Tradurle toglie senso e veemenza e accresce il tedio di chi legge nonostante la scabrosità intrinseca delle parole indagate.
Tutto chiaro? No? Non fa niente.  

domenica 1 giugno 2014

L'Eterna Lotta - Poemetto epico in dieci Stanze, 1994

L’ETERNA LOTTA
per concession del Conte

Or canterrovvi, leti ‘scoltatori,
del gran duello di cui fa memoria
da lungo tempo già la stirpe antica
de’ prodi cacciatori Tusculani
c’han sua dimora in centro a la regione
da tutti nominata Gran Ducato
ov’è ‘l Signor di tutto ciò che vive
Re Stefano Patròn et Paludato.

Io canterò de l’epica battaglia
Da cui pessarono mille e mille anni,
che la rammentan solo i vecchi saggi,
Tra Bòlkador possente, gigante de
Tempesta, signore de’ gran venti
E scuotitor de li scoscesi monti
E Garadòn, demòne venenoso,
feccia eruttata da lo basso ‘nferno.

L’uno grandioso, l’alio infido e cupo,
aveano ambedue ‘sì gran potere
che de’ mortali non tenevan conto
né se curavan de le lor faciende
bensì ne l’altrui forza perduti
erano, avuto il dominio crescente
del lampo svelto e l’inimico buio,
per cui parea ca fusse ‘l gran Diluvio.

Bòlkador potea decìder quanti piedi
Avesse da tener per sua statura
E mille figli l’agiutavan sempre
Ch’avuti avea per cinque e dieci mogli;
a suo comando i tuoni e le saette
colpivano quadunque l’opponesse
se c’era in la regione folle alquanto
da farsi contra sé nimico tanto.

Ma Goraòn, crudel losco figuro,
tenea lo gran potèr del Strale nero,
arma maligna et piena del gran dolo
strappato agli avversari suoi passati,
‘chè mai niuno guerrer ha resistito
Ma tutti son finiti tra i dannati:
l’anima dolce tolta dal bestiale
servo d'Arìman bevitor di male.

I duo colossi ergeansi di fronte,
sul Piano ch’è tra’l nostro e quel
de’ Vecchi Dèi. Lì guàtan divertiti
la lotta folle e priva di ragione;
il biondo Bòlkador cavalca prone
per non venir sbalzato da l’arcione.
Il Grande Drago Ghor avea montato
pe’ aver di parte sua lo cieco fato.

La corsa del pregevole dragone
Fermata fu da centomila  fiere;
eran nient’altro de le sue paure,
più quelle del padron, pur meno dure,
forti come l’acciar temprato a foco
da Mastro Fabro seco Benvenuto,
e bruto pare invero l demon nero
che graccia su nel ciel  col muso fiero.
E tale è la violenza de le grida,
che fora l’elmo, e pure l’armatura
ma tosto il suo destriero, aspre le fauci,
vomita vampo e flamme contra’l mostro
ch’è già percosso con i pugni duri
dei figli del Titàn; miseri e mesti,
avvelenati a morte si son persi
e 'l spirto è su salito ai cieli tersi.

Gli artigli del dimonio, ferro
Tempro del sangue di vittime fiere,
squarcian il ventre dell’immane drago:
restano soli i veri antagonisti
avvinti nella stretta micidiale
la quale fa tremar lo stesso cielo
e gronda molto sangue, nero e rosso.
Così di più non so contar né posso.

Spero d'avere voi qui dilettato
Col mio versière bieco rozzo scarno
Giacchè giungo dal volgo e da la piazza
E faccio questo solo per mangiare.
Ma grazia voi chiedete al Signor nostro,
Conte Fiorente, amico di noi bassi,
che c’ha donato festa e vino rosso
e più davver non so cantar né posso.