SOGNI NEGATI
Un altro
sogno, fatto di sprazzi e brandelli. Mio fratello licenziato in tronco che
stringeva in pugno la cornetta scollegata o tranciata da un vecchio telefono di
rete, non si capisce.
Blaterava
qualcosa sull’ingiustizia e sull’indipendenza muovendo le labbra ma il suono
della sua voce proveniva dal trasmettitore impugnato. Tornammo a casa fino
all’atrio mentre la luce svaniva e spinta la porta d’ingresso notai tre buste
nella buca delle lettere.
Due sembravano senza importanza ma la terza conteneva un
invita per una festa speciale.
Al mio
risveglio nella cella non ricordavo altro ma ma rimasi teso e nervoso per il
resto della mattinata. Non erano in programma ulteriori prove, esami o
controlli.
“Non cercate
di cambiare o trascorrerete qui tutta la vita” è la frase verniciata sul muro
grande della sala mensa. Forse dovrei arrendermi alla condizione di
prigioniero, accettare gli ultimi quattro anni e smetterei rifugiarmi nel
passato. Qui si peggiora. Non abbiamo rapporti, non cerchiamo contatti.
Confidenze e approfondimenti non sono che ricordi sbiaditi, ogni giorno più
trasparenti. Qualcuno è già regredito.
Non io. L’imbarazzo non mi abbandona anche quando la
fiducia se ne è andata. Sostenere una conversazione normale, fatta di parole e
frasi pronunciate a voce qui viene
percepito come contro natura. Ma non mi arrendo. No.