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lunedì 9 marzo 2020

5032 - LA PROVA


5032 – La Prova

Silenzio. Il luogo dell’esame era vuoto e mi sentivo fuori posto. Avevo trascorso come minimo un’ora a guardarmi intorno cercando di scrutare i volti di quelle fotografie. Sguardi preoccupati o strafottenti, insinceri e di sfida. Svolsi la prova con poca convinzione, dubbioso sul risultato. Era difficile. Mi sforzavo di non pensare alla possibilità di approfittarne per fuggire e così mantenere il proposito di rimanere in isolamento. Era difficile.
Poi si aprì un pannello a scorrimento nel muro destro per lasciar entrare una splendida signorina occhialuta dallo sguardo serio e dall’aria compassata. Ritta nel suo tubino chiaro, la cartella stretta tra le braccia conserte; mi fissò con sguardo severo e indagatore. Sarebbe bello se qualcuno sorridesse un pochino almeno una volta, quaggiù.  Non accadde neanche quella volta ma grazie a quel confronto subitaneo tra il suo viso reale e i volti appiccicati alla parete retrostante come decalcomanie iperrealiste colsi il particolare che mancava: tutti quei volti erano solidali tra loro, schierati in file ordinate a sentenziare in silenzio in vece della giuria senza nome che ci aveva condannati tutti all’oblio sotterraneo. Un’aria fasulla di complicità e reciproca comprensione. Reciprocità ripetuta in quella sequenza di occhi fissi su di me dovunque mi spostassi.
Socializzavano. La dottoressa iniziò a parlare con voce atona.
“Socializzare è importante anche se non avviene in modo naturale durante la cattività” mi ripeteva.
“E’ soltanto questione di allenamento.”
Ma parlava senza guardarmi negli occhi mentre una strana rilassatezza si impadroniva di me, spiacevole e inaspettata.
La prova terminò con quel sintetico monologo senza condurre infine ad alcun risultato compiuto.
“Decideremo. Le faremo sapere.”
Poi se ne andò senza salutare, infilandosi in un altro vano a scomparsa nella parete di fianco.
Si spensero le luci e dovetti tornare in cella.

giovedì 26 dicembre 2019

LAB


?  - NO -  ?

Eccola, la Nebbia.
Quella di Jean-Paul somiglia proprio al Labirinto buio. Tanto ricorrente da esser degna di aggettivi che ne anticipano la densità appiccicosa, è forse la forma più naturale di un medesimo insieme di suggestioni avvinghiate allo spirito.
Il Labirinto buio è compiacente, intriso di quell’oscurità che fa gelare dal freddo lunghissimi percorsi di silenzio ma non è quel silenzio ovattato, melenso e a tratti ronzante della Nebbia.
Ricorda piuttosto quel lontano confidente mentre tutto tace dei Diapsalmata di Soren.
Tra tutti i simboli possibili io scelgo la seguente icona: Aaron non-morto, rannicchiato nell’angolo piegato male della sua cella scura in posizione fetale, la sua coscienza sveglia senza essere vigile oppressa nel silenzio. Eccolo, il Labirinto!
🐮



martedì 12 novembre 2019

E venne il SONNO


- Infinito Interludio -
E venne il Sonno

Questo pomeriggio l’ho incontrata.
Non abbiamo parlato. Non ci siamo salutati. Forse non mi ha nemmeno visto.
Però l’ho incrociata per strada e l’ho guardata per qualche attimo. Il mio spirito di antieroe solitario e rassegnato si è fatto truce. Serata triste garantita.
La vista di costei mi spinge a pensare e quando penso mi guardo attorno, rabbioso verso me stesso per l’inconsistenza che mi avvolge. Il paesaggio intorno è ombroso. E brutto.
Allora lo spirito lamenta un dolore sordo, immerso d’improvviso in lunghe torture mentali fatte di aghi tristi. E’ il tipo di dolore di cui se ne può sopportare una quantità immensa, ma alla fine è sempre la qualità che conta. Addirittura colgo l’impressione di stare per subire reali, fisiche conseguenze: fremiti, brividi, contrazioni e spasmi a denti stretti. Tutto ciò dura molto a lungo.
Non trovo appoggio o riparo. E’ un processo interiore metodico e silenzioso. Nessuno che parli. Nessuno che urli. Eppure i pensieri fuggono per rifugiarsi dietro a un’idea: un colloquio venturo.
C’è anche un ricordo umbratile di qualcosa di là da venire che la fa sembrare anche peggiore.
Sto male quando ci penso. Toccata e infangata quest’idea, si cerca di dimenticarla. La disconosco.
A questo punto però è troppo tardi .

***

Me l’ha chiesto lei, l’unica vera confidente che abbia mai avuto insieme al silenzio della Notte.
Di non abbandonarla. Di non lasciarla mai sola.
Ecco allora che si insinua il dubbio: può una bugia essere a fin di bene? Far sì che mi odii e se ne vada, sentendosi tradita e abbandonata? NON sono io quello?
No.
Non sono K. Non è la mia anima che si realizza in se stessa, trasparente come acqua pura al cospetto di Dio.
Non è affatto l’affetto l’unico esito finale. Unica consolazione per me, ma errore per K. e quelli come lui.
Un folle maestro il cui proclama ci spinge a ucciderci tra noi in nome di forza e volontà.
Non ci credo più. Io credo che toccato il culmine con la punta delle dita non rimanga che una lunghissima discesa da percorrere a ritroso.
Curioso: prima del nome A mi viene chiaro in mente il nome B. Non passa giorno senza che sbiadisca.
Pochi tratti vaghi pennellati di getto e alla rinfusa, sempre meno somatici e sempre più idealizzati: capelli biondi, denti belli, volto pulito, morbide curve.
 Ma gli occhi, quelli no: gelidi, profondi e precisi. Furenti.
Potrebbe essere chiunque, fatta di anonima e diafana bellezza ma quello sguardo punitivo, assente e angelico rimane solo Suo.
Non c’è nulla qui. Niente esiste. Provo a toccarlo, sogno più a fondo.
Nel regno dell’Assurdo le regole non collimano. Stridono come freni di rotaia.
Fino al suono di sirena, dormiamo. Tutti. Anche da svegli, dormiamo.

mercoledì 6 novembre 2019

Quei Momenti Perfetti


79672 – Quei Momenti Perfetti

Nulla di nuovo.
Non posso farci niente.
Noia, tedio e apatia mi assalgono, ma senza angoscia. Senza disperazione.
Ho avuto ragione. Tolte le sollecitazioni esterne tutto si mantiene in stato di quiete.
Tiepida, atarassica quiete: la vuota assenza di dolore e piacere.
L’Arte era il mio rifugio prima della Prigione, ma purtroppo una volta entrati qui dentro ci lasciamo alle spalle tutto il Bello.
Perché?
Mi sono fatto questa domanda tante volte senza mai venirne  a capo. I sentimenti umani qui non esistono più, in mezzo ai detenuti non percepisco nulla. Tristezza, invidia, stupore: non ce ne sono.
Permane l’ostinazione.
Oggi ho ricevuto un biglietto d’auguri senza mittente. Recita:
“Caro osservatore silenzioso, mi sento offeso nel profondo al cospetto di colui che nei momenti perfetti che potevano far ribollire il sangue negava ogni confidenza. Sei l’individuo sbagliato nel posto giusto. Altri verranno dopo di te. Buona fortuna.”
Chi era costui? La data è vecchia di mesi. Un altro straniero nauseato in stato di arresto con il male di vivere? Mi avevano assegnato una cella da poco vuota, forse il destinatario non ero io.
In me regna la palude, fatta di melma anch’essa tiepida e stagnante e vuota. Senza un re travicello a gestirne le estati fredde. Una bruma grigia permea la valle del pensiero. Del vento nero ulula o meglio canta tra le fronde dei salici piangenti. Singhiozza.
Fuori, nel cortile dell’ora d’aria che nessuno chiede o pretende nel prato, quel verso stridente si ripete. Da ancor più fuori sono tornati i pipistrelli neri per nutrire i piccoli con molti insetti morti. Neri loro, nere le grotte, neri gli insetti.
Non è un momento perfetto ma mi piace. C’è quel suono di sirena in luogo del rintocco di campana. Il cielo è cieco, sbarrato dal cemento che la nostra morte ammanta nella notte.
Un rintocco alla volta.
Ma la mia fine è lontana, finchè il silenzio sussurra negli intervalli tra due rintocchi brevi.
E’ un campanile che decide chi da qui se ne va? Per chi suonerà la prossima volta?